sabato 21 aprile 2018

ORIGAMI DI PAROLE di Marcello Buttazzo (Pensa Editore) una nota di Gianluca Conte per Alimede


Origami di parole di Marcello Buttazzo (Pensa Editore)


«Frugherò
fra le pieghe della notte.
E ti vedrò nuda
sulle sempiterne rotte.
Dal tuo seno di latte
berrà il ragazzo
fanciullo».
(p.35)


Marcello Buttazzo, a mio modesto avviso, è forse l’unico poeta lirico vivente che abbiamo nel Salento. Leggere i versi contenuti in Origami di parole, Pensa Editore, 2016, è come trovarsi di fronte alla nudità assoluta di un’anima pulsante, irrequieta, terribilmente e dolcemente amante. Fin dalle prime strofe di questa silloge, la forza dirompente della poesia di Buttazzo penetra gli strati multipli del sentire – «Sulla pietra d’alabastro / danzano / quanti di fuoco» (p.15) – lasciando nel lettore la sensazione di un invincibile quanto dolce straniamento. La musicalità delle parole, fermate in un perfetto equilibrio eppure meravigliosamente dinamiche, accompagna tutta la raccolta, donando, a un tempo, una gioia irrazionale e spontanea e una melanconia irriducibile: «Avrei voluto mangiare con te / la rossa melagrana / nei mattini d’ottobre» (p.24) e ancora: «Ti aspetterò / ai bordi delle strade, / quando il tempo / sarà finalmente / un fanciullo di complicità» (p. 25). Buttazzo si accompagna alla parola, non la tiranneggia ma ne diviene complice, creando infinite dimensioni spazio-temporali che si schiudono su altrettante traiettorie amorose, poiché è l’amore, questa dolce e selvaggia forza, questa primitiva, substanziale energia foriera di turbamento e di mitica, inarrivabile felicità a dominare il mondo poetico dell’autore: «Ricerca / senza fine / dei porti d’estate. / Spazio breve / d’un cielo trasognato, / dove i tuoi occhi appesi / sono stelle / tralucenti d’amore» (p. 31). Vi è nelle presenti liriche un abbandono all’ebbrietà del luogo amante, tradotto dal figurativo-immaginifico del battello, delle stelle, del sole, degli occhi scintillanti e da altro ancora; ove possibile, dai passi incerti – e proprio per questo divinamente radiosi – che l’umano muove verso il proprio destino di animale irrimediabilmente schiavo di Eros; poi la fanciullezza, emblematica età della primavera, del rinnovamento, della rinascita, della vita in tutte le sue radici universali. Un’anima pulsante attraversa l’intera raccolta, che diviene semina e raccolto, calma e tempesta, sole e luna, luce e tenebra. L’armonia dei contrari, sentita d’istinto e d’incanto trova in Origami di parole asilo e dimora, e una magia, libera da qualsiasi retorica versificante, s’eleva dalla terra del verbum di Buttazzo per raggiungere altezze pregne di timidezza, di canto riservato e teneramente appassionato: «Ti ricordo, / che traversi la strada / sospesa ad una nuvola» (p. 59). Il lirismo come profondità e tenera tensione, come attraversamento struggente, che rinvigorisce l’anima amante e sa scagliare frecce di dolcissimo veleno in direzione di chi ama senza riserve, senza risparmiarsi; ecco, per me è questo Origami di parole di Marcello Buttazzo: il fuoco sacro dell’amore, declinato nei modi e nei tempi di un’immensità sconvolgente e inarrestabile, che solo chi ama senza condizioni conosce davvero.


sabato 14 aprile 2018

MINIMALIA di Adriana Gloria Marigo (Campanotto Editore) - nota di Gianluca Conte su Alimede


Minimalia di Adriana Gloria Marigo (Campanotto Editore)





«La presenza del cane di compagnia mi fa pensare al

concetto di poesia filosofica: il pensiero analogico

dell’animale incontra il tracciato logico della carrareccia».

(p. 83)



«Nella mente di Dio – cioè nello stato della mente che corrisponde all’esigenza come stato dell’essere – le esigenze sono già appagate da tutta l’eternità» scrive Giorgio Agamben in Che cos’è la filosofia? In riferimento a Minimalia di Adriana Gloria Marigo, Campanotto Editore, 2017, questa citazione del filosofo di Homo Sacer non è casuale né sembri inopportuna. Nell’universo letterario-culturale di oggi, dove ogni emanazione è già “post” rispetto a qualcos’altro, e dove tutto sembra perdere il proprio valore non appena superato l’anno solare dall’uscita (ammesso che qualche opera raggiunga tale “traguardo”), l’itinerario poetico-filosofico della Marigo assurge a esigenza dissetante e apotropaica nel deserto preconfezionato della piaggeria intellettualistica. Ecco allora che le parole dell’autrice, scolpite nel marmo dell’intelletto, appaiono non solo puntuali ma addirittura profetiche: «Oggi, i più, si reggono sulla menzogna: questa è un’epoca di mendicanti» (p. 30). Non si può non essere d’accordo con questa visione cristallina del post-umano; a costo di apparire manichei, la scelta va fatta, con tutte le conseguenze che ne derivano. Una nuova rinascita è sempre possibile, a patto che, facendo tesoro della lezione eraclitea, si scenda nella profondità delle cose e non si rimanga in superficie, con buona pace di chi ha spesso frainteso l’arcinota massima di Wilde. Se una rinascita è possibile e plausibile, vi è altresì la possibilità non solo di un nuovo e costante attraversamento ma anche la carezza/percossa di una voluntas fabbricante infinite ragioni: «M’interessa la poesia che tenta di rifondare una ontologia» (p. 50). Per aprire nuove porte, nuove vie d’uscita – non di fuga, attenzione! – da un universo poetico troppo spesso figlio di ego ipertrofici, l’autrice fa misura di commistione intellettuale e sanguigna, ponendo dei capisaldi che, se opportunamente nutriti, edificano superlative prove: «L’abbandono dei classici genera spettri, perpetua mostri» (p. 72) e, onde fugare ogni dubbio: «L’innovazione è visione, coraggio, onestà, poetica intellettuale» (p. 73). L’unità nel molteplice, il molteplice nell’unità. Non una scelta univoca, totalitaria, dunque, bensì apertura, tentativo, possibilità, ma con criterio, devozione, applicazione, onestà, ricerca del vero. Parlare, discorrere per aforismi, per piccoli frammenti di pensiero è incredibilmente arduo, chi vi riesce – come la Marigo – è in grado di realizzare un’opera altamente problematica, poiché ha il compito di semplificare concetti, idee, formule e sistemi complessi; ma non solo, occorre che operi in piena libertà di coscienza, svincolato dalle pressioni del mondano e dalla schiavitù semantica del nominare – «Se l’uomo [...] deve ritrovare la vicinanza all’essere, deve prima imparare a esistere nell’assenza di nomi», scriveva Heidegger, in tempi non sospetti, nella sua Lettera sull’«umanismo». La mia conoscenza del percorso poetico e intellettuale di Adriana Gloria Marigo, una conoscenza mai esaustiva, tanto è preziosa l’opera dell’autrice, e pur tuttavia profondamente sentita, mi ha spinto a scriverne con estrema cautela, poiché il valore intrinseco di tale cammino non può essere risolto dalle mie brevi considerazioni, il cui fine non è altro che quello di un invito alla lettura.

martedì 3 aprile 2018

NICOLA VACCA scrive a EMIL CIORAN



Di Lettere a Cioran di Nicola Vacca, Galaad Edizioni, 2017, ho già scritto tempo fa sui miei blog, ma il contenuto di questo libro è talmente succoso e costantemente cangiante da meritare un ulteriore passaggio, cosa che succede raramente nelle dinamiche delle mie letture. Sarà l’argomento trattato, sarà la potenza degli squartamenti cui Cioran ci ha abituati, ma il percorso di Vacca rappresenta una ventata d’aria fresca – da respirare a pieni polmoni – nell’universo della critica cioraniana. Nelle pagine del poeta gioiese nulla è lasciato al caso, ogni pertugio filosofico e letterario dello scrittore rumeno viene messo a nudo e, fatto fondamentale, per quanto possibile chiarificato, senza mai renderlo banale. Lo stare al mondo come carne e sangue, il non accontentarsi mai delle risposte (e, per certi versi, neanche delle domande), il martellare l’uomo con ironia e mastodontica leggerezza proprie della cruda dolcezza di Cioran: tutto questo traspare dalle pagine che Vacca ha dedicato al grande squartatore. Cos’è questa brevissima nota che malgrado Cioran e Vacca ho scritto? Cosa mi propongo e cosa propongo ai lettori se non un approccio diretto, immediato a questo pregevolissimo saggio che apre le porte del pensiero cioraniano come pochi altri? Per gli amanti di Cioran e per chi volesse avvicinarsi al suo devastante pensiero per la prima volta Lettere a Cioran è un passo irrinunciabile.

martedì 27 febbraio 2018

PIANO DI EVACUAZIONE di Flaminia Cruciani (Samuele Editore)






Piano di evacuazione di Flaminia Cruciani (Samuele Editore)



Aspetto la caduta del cosmo
di dare torto alla ragione
libera dal disagio della certezza.
(p.33)


Nelle mie letture – e recensioni – ho incontrato più volte la poesia di Flaminia Cruciani, e l’impressione ricevuta, pur con le dovute differenze correnti tra le opere, è stata quella di un continuum lirico puntuale, stentoreo, caratterizzato da potenza, classicità, originalità. Poche, come lei, hanno il dono di far coesistere negli stessi versi tali segni qualitativi, posti a una distanza siderale dalla meschina routine del poetese. Dopo Lapidarium e Semiotica del male, quest’ultima raccolta, Piano di evacuazione, Samuele Editore, 2017, non lascia adito a dubbi rispetto al talento e all’attitudine di “lacerazione” della poetessa. Fin dai primi versi  della silloge traspare l’effetto, a un tempo deflagrante e icastico, del sentire crucianiano: «Partecipo al destino della materia / provo il mondo mi sta stretto / cammino fra pagine di fuoco a piedi nudi» (p.19). Ci vuole una buona dose di coraggio per classicizzare la postmodernità, da alcuni ritenuta inesistente e posticcia, eppure così presente e viva, così primitiva nel suo essere già altrove, e coraggio ci vuole per considerare l’ipotesi del fuoco, di un originario e attualissimo pýr, come possibilità di un cammino poetico. La Cruciani sembra la cantrice di un profondo disfacimento, uno sfasciume mitico dell’estremo nichilismo dell’oggi, partoriente l’unica vera poesia, quella che non accondiscende mai alla soddisfazione escatologica, ma pungola, morde, forgia termini di dolore apocalittico: «Non ho sangue umano / ma linfa in chiave di sol che scorre nel mio venerdì / gigliocchi fioriti come demoni d’ombra [...]» (p.23). I tratti di una spiritualità cava, forse abissale, si intrecciano – saporosi cirri – con la nuda materia, donando al versificare dell’autrice una forza ora centrifuga ora centripeta rispetto al reale: «Me lo ha detto Heisenberg / guarda la realtà e lei collassa / ma allora la realtà è quella che sto guardando / o è quella che avrei potuto osservare senza guardare?» (p. 39). Leggendo i versi della Cruciani si prova una strana, primordiale inquietudine psicosomatica: un brivido percorre la schiena, come di fronte a un testo millenario, forse un tempo proibito. Elementi di una surreale e liminare fisica quantistica e di geometrie trans-euclidee sembrano alterare il senso del tangibile: «Nel fondo dell’occhio / corre nuda la fiaba postuma del reale / nell’istituto insofferente del mortale  non vedo». (p.49). Ebbene, liquidità e impasto materico coesistono, metafisica e ultrafisica condensano, plasmando un universo umano vicino eppure lontanissimo, dove il Vacuum richiamato dal titolo precorre una volontà di disvelamento: «Al diavolo l’intuizione dell’ente / lo schematismo trascendentale / il carico fiscale dell’appartamento cognitivo [...]». (p.58).
Piano di evacuazione è una mistura alchemica di versi roventi e paure glaciali, in cui la poetessa, a mio avviso, pugna poeticamente erga omnes, non risparmiando nessuno, neanche se stessa, poiché Pòlemos, in ultima istanza, ricordiamolo, è padre di tutte le cose.  

mercoledì 21 febbraio 2018

DIECI ANNI NEL PAESE DELLE MERAVIGLIE di Alberto, Lapo e Niccolò Ferrarese (Phasar Edizioni)



Dieci anni nel paese delle meraviglie di Alberto, Lapo e Niccolò Ferrarese (Phasar Edizioni)



«Si pensa sempre che le cose di una volta siano speciali.

La regola aurea sembra essere quella per cui ciò che ognuno di noi ha

vissuto durante l’infanzia, l’adolescenza o la giovinezza sia stata tout court

“migliore”»

(p.19)





Se vi sono dei lettori che, come recita il titolo, avessero voglia di buttarsi in un’avventura senza tempo, in un paese delle meraviglie, planando sullo straordinario mondo dei giocattoli, dei cartoni animati e di altre strepitose fantasticherie, non ha che da immergersi nella lettura di questo corposo ma scorrevole libro, il cui sottotitolo, La pubblicità per Linea GIG dal 1976 al 1986, non deve trarre in inganno, poiché all’interno vi è molto di più di una semplice panoramica delle trovate pubblicitarie che hanno permesso alla GIG di confermarsi come un colosso dei balocchi. Infatti, si rimarrà estasiati dalla ricchezza delle storie, delle immagini, delle emozioni che è in grado di regalare questo “tomo”. Ciò al di là dell’essere o meno appassionati della fantasia degli anni Settanta-Ottanta che, nell’immaginario collettivo, è legata, indissolubilmente, all’universo evergreen di un’infanzia d’altri tempi, quasi mitica. Si tratta di una vera e propria epopea della fantasia, da cui traspare che i protagonisti del titolo, oltre a una buona dose di ingegno e di caparbietà, hanno messo in gioco anche il loro lato più profondo, intuitivo e – perché no? – intimo. Creare è sempre un po’ scoprirsi e, a un tempo, aprirsi all’altro, cercando di capire ciò che desidera, ciò che lo fa divertire, ciò che lo fa stare bene. E allora occorre andare per tentativi, sfidare la sorte, il tempo, giocare d’anticipo, prevedere come andranno le cose, correndo dei rischi. Tuttavia, in questo caso, i tentativi di far “arrivare” le creazioni agli utenti sembrano essere riusciti, tutti. Dai Micronauti – Green Baron e King Atlas in testa – ai Trasformer, dai Fiammiferini ai Fantanauti, passando per Robapazza e Brillantina Rimbalzina, un universo non di semplici oggetti ma di “creature dotate di un’anima” ha fatto emozionare una generazione (forse anche più di una) di bambini, che poi, diventati adulti, hanno conservato nei propri cuori quel meraviglioso mondo. Il libro, che ricalca il modello dell’autobiografia, racconta tante storie, realmente accadute, vissute da Alberto Ferrarese, un geniale creativo fiorentino (aiutato nella stesura dai figli Lapo e Niccolò) durante il periodo di creazione delle campagne e degli spot (qualcuno ricorda la parola réclame pronunciata dai nonni dell’epoca?) più conosciuti, ma non solo, viene portato alla memoria tutto ciò che ha contribuito alla riuscita di questo enorme successo della Phasar (e, ovviamente, dei committenti), come le musiche, solo per fare un esempio. Ma vi sono anche dei riferimenti ai cambiamenti in atto nel mondo del lavoro, soprattutto in ambito mediatico: molto bello e pertinente il riferimento alle nascenti (ai tempi) TV private, che aprirono un canale importantissimo per le nuove realtà creative. E poi la musica – «come hobby e scuola di vita», scrive Alberto Ferrarese – che non solo ha segnato profondamente la sua vena creativa ma gli ha regalato momenti davvero divertenti, ai confini dell’aneddotica, come il seguente: «Presentandomi a un cliente come “dottor Ferrarese” fui subito interrotto dal mio incauto interlocutore, il quale esordì a bruciapelo con: “Ah, conoscevo un Ruggiero Ferrarese; era un importante dirigente delle Officine Galileo, gran lavoratore. Peccato che avesse un figlio mezzo delinquente”» (p.28).

L’opera è corredata da illustrazioni e bozzetti originali nonché da fotografie, il tutto a completare la testimonianza di un percorso artistico, e prima ancora umano, di un uomo, Alberto Ferrarese (e di un gruppo affiatato e altamente professionale) che ha regalato dei “pezzi” di fantasia intramontabili e indimenticabili.